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Se penso a Fausto Coppi mi ricordo di quando da bambino nel cortile di casa ascoltavo i discorsi dei grandi. Allora le forti rivalità erano tra Stati Uniti e Unione Sovietica, tra Toro e Juve, tra Coppi e Bartali.
I grandi si schieravano con foga, chi con l’uno, chi con l’altro. Essere uno dei protagonisti di quelle rivalità era il sigillo che ti iscriveva negli annali della storia.

Fausto Coppi è uno che nella storia dell’Italia del dopoguerra ci sta a pieno titolo. Nella storia sportiva, per la sua grandezza: i distacchi che infliggeva ai secondi arrivati erano enormi, le sue vittorie, imprese. Allora il ciclismo aveva ancora un tratto epico, e in questo Coppi aveva i lineamenti dell’eroe omerico.

Così il suo nome, nella sua rivalità con Bartali, divenne sinonimo anche di posizioni politiche alternative, sull’onda di quei don Camillo e Peppone che Guareschi raccontava in quegli stessi anni. Anche la sua vita privata fu protagonista, anticipando un conflitto tra amore e morale che negli Anni ’70, con la legge sul divorzio e il successivo referendum, avrebbe fatto un passo avanti.

La sua morte, a soli 41 anni per una malaria non diagnosticata, segna con la tragedia una figura che ha connotato fortemente il primo dopoguerra con la sua vita, le sue vittorie, la sua personalità. I 100 anni dalla nascita ricordano un grande novese, un grande piemontese, un grande italiano.